Thyssen: la Cassazione conferma le condanne per i sei imputati

Si spalancano le porte del carcere per datori di lavori, dirigenti, RSPP per il tragico rogo di Torino.

La cassazione ha confermato in via definitiva le condanne nei confronti dei sei imputati per il rogo della Thyssen durante il quale, nel dicembre 2007, morirono 7 operai.

La pena più alta, 9 anni e 8 mesi, è inflitta all’ex amministratore delegato e i datori di lavoro. Sono stati condannati anche il responsabile investimenti antincendio dell’azienda; l’ex direttore dello stabilimento; il responsabile del servizio prevenzione e protezione (RSPP). Sono stati ritenuti responsabili di omicidio colposo, omissioni di cautele antinfortunistiche e incendio colposo aggravato.

Al centro delle inchieste, prima, e delle sentenze, dopo, ci sono state le gravi carenze in tema di sicurezza nello stabilimento di Torino, polo che il Gruppo dell'acciaio aveva deciso di chiudere da lì a qualche mese.Si chiude dunque con le condanne definitive una vicenda lunga 9 anni.

 

La ricostruzione della tragedia

Nella notte a cavallo tra il 5 e il 6 dicembre 2007 otto operai al lavoro sulla linea 5 della fabbrica siderurgica Thyssenkruppdi Torino vengono investiti da una fuoriuscita di olio bollente che prende fuoco. L’incendio si sviluppa all’altezza della linea di ricottura e decapaggio. L’intervento dei Vigili del Fuoco è immediato: i feriti vengono trasportati in ospedale, ma le loro condizioni sono gravissime. In sette non ce la fanno: il primo operaio, Antonio Schiavone, muore poche ore dopo. Tra il 7 e il 30 dicembre le altre sei vittime.

Quella notte di fine 2007 allo scoppio del rogo i sette operai insieme al collega, unico sopravvissuto, avevano tentato di spegnere le fiamme, ma ogni loro sforzo era stato inutile: nonostante i frequenti incendi sulla linea 5, gli estintori erano quasi vuoti, le manichette di acqua inutili, l’impianto non era adeguato perché il management sapeva che lo stabilimento sarebbe stato chiuso. Dall’indagine dei PM emerse che quella di limitare le spese nella prevenzione era stata una scelta aziendale, definita dai giudici della corte d’assise come “sciagurata”, ma consapevole, motivo per cui avevano condannato gli imputati a pene tra i dieci anni e i sedici per omicidio volontario con dolo eventuale. Per i colleghi della Corte d’assise d’appello, invece, non ci fu “dolo”, ma soltanto imprudenza, un impianto inadeguato dal punto di vista della prevenzione e protezione antincendio che non ha retto.

 

 

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